I cuccioli della nostra
specie necessitano di un lungo periodo di cure e di assistenza per diventare
adulti e maturi. Per questo motivo il piccolo della nostra specie nasce come
"prole inetta". Tuttavia se questa lunga "gestazione
evolutiva" ha l'indubbio vantaggio di favorire la maturazione del cervello
e delle strutture cognitive porta, di contro, il piccolo a dipendere per un
tempo più lungo dai propri genitori che, non di rado, si rivelano essere
"cattivi genitori". Vi è un annoso quanto malinteso senso del termine
"educazione". Esso deriva dal latino "educere" e significa
"portare-fuori", "allevare". Per troppo tempo educazione è
stato sinonimo di potere, dominio,
tirannia e coercizione. La pedagogia del secolo scorso, in questo avallata da
concezioni di stampo psicoanalitico classico che volevano il bambino animato da
innate pulsioni aggressive e sessuali, ha visto nel bambino una "Piccola
bestia umana in fasce" da cui strappare via la gramigna del male e
renderlo "socialmente adatto". Purtroppo questo filone pedagogico ha
afflitto l'umanità da sempre e così i malcapitati bambini hanno dovuto fare i
conti con i desideri-consci o inconsci-di dominio e di potere per soddisfare il
narcisismo malato dei loro sedicenti "educatori". In realtà, in
accordo con l'etimologia del termine, nel bambino vi sono delle potenzialità
relazionali innate che vanno "tratte fuori" attraverso una relazione
interpersonale calda, affettuosa ed empatica. Perciò il bambino va aiutato a
portare fuori i talenti che porta dentro di sè e sulla base di ciò l'educatore
ha fiducia che il piccolo arrivi da solo a raggiungere le sue mete evolutive e
le sue capacità relazionali.
Purtroppo, spesso,
l'educazione è stata più una "necessità" dell'adulto che un genuino
bisogno del piccolo. E' stata utilizzata come pretesto per poter schiacciare e
dominare il bambino in nome di...Di chi? Ma del genitore, naturalmente! L'educazione,
così malintesa, è stata per millenni funzionale alla soddisfazione dei bisogni
narcisistici di affetto e di dominio dei caregivers i quali, in nome di una
"più alta istanza educativa"
hanno, non di rado, provocato danni ed infelicità ai loro figli e quindi
all'umanità. A questa pedagogia oppressiva e lesiva dei diritti dei bambini
bisogna aggiungere il contributo nefasto e disgraziato della dottrina cristiana
che è molto caratterizzata da intenti pedagogici niente affatto dissimulati.
Basti pensare che una religione che vede nel padre che manda al macello il
figlio per soddisfare il proprio sadismo sarebbe da aborrire. Ma il fatto che
ci abbiano indottrinati prima ancora che fossimo in grado di pensare ce la
rende "normale" perchè ci ha irretiti, vanificando il pensiero
critico. Ma perchè è così importante avere una conoscenza "naturale"
del termine educazione?
Perché la madre del
piccolo la adotterà con la migliore delle intenzioni nei rapporti con il
figlio.
Ma partiamo
dall'inizio. Il legame che tiene uniti madre e figlio è l'attaccamento ovvero
quella disposizione innata a cercare il contatto e la vicinanza protettiva con
una figura preferita. Dal momento in cui si formerà questo legame con una
figura specifica, dai tre ai sei mesi, allora il bambino cercherà in modo esclusivo la sua vicinanza. Nella
fondamentale interazione con la madre (o
altro caregiver) il bambino deve imparare un'abilità importante per il suo
benessere: la regolazione dei suoi stati interni o "arousal". Il
bambino non ha alcuna capacità di regolare le sue attivazioni neurofisiologiche
e, per farlo, ha bisogno dell'interazione con una madre sensibile ed empatica.
E' nelle interazioni con questa madre che il piccolo può imparare a modulare le
sue attivazioni interne e dare ad esse anche un "nome" ed un
"significato". Se la madre non è in grado di sintonizzarsi con il
bambino questi non sarà in grado di controllare le sue emozioni nè le potrà
comprendere, sebbene queste non perdano mai il loro significato biologico. Ma
una madre non empatica può fare anche peggio in tema di emozioni: mentre ignora
le richieste affettive del figlio può attribuire alla sue attivazioni interne
significati distorti, opposti e non congruenti. Del resto, tutte le emozioni
hanno in comune il fatto di essere "attivazioni neurofisiologiche" ed
esse saranno "etichettate" in relazione ai significati appresi
dall'ambiente. In altre parole, il bambino sarà indotto ad attribuire la sua
"paura" a eventi estranei alla relazione che gli vengono riferiti
dalla madre. Tuttavia le emozioni che si manifestano nelal relazione sono
espressione della "qualità" stessa della relazione. Così se sarà la
madre a suscitare paura e spavento nel bambino e la figura di attaccamento la
attribuirà ad altre situazioni, quest'ultimo avrà paura di altri eventi o
circostanze. Non sarà in grado di mettere in relazione la paura che sente di
fronte alla madre, alla madre stessa. Cioè ai suoi comportamenti e al modo in
cui interagisce con il bambino che sarà tutt'altro che empatico e sintonico.
Quanto sia importante per il bambino avere una madre coinvolta e sintonizzata è
stato messo in evidenza da Tronick(1978) nell'esperimento dello "Still
face" (viso immobile ed inespressivo). Se durante una normale interazione
una madre "si assenta", assumendo una mimica immobile, si potrà
vedere che il bambino, prima, cerca di richiamare la sua attenzione, poi, non
riesce più a sostenere questa situazione anomala e comincia a piangere. Questo
ci dice quanto sia fondamentale avere una madre coinvolta e attiva nel
relazionarsi con il suo bambino. Ci dice della propensione innata del bambino
alla relazione e, soprattutto, dell'importanza della relazione per la mutua
regolazione affettiva madre/bambino. Se questa viene drammaticamente a cadere
il bambino ne è spaventato con aumento dell'arousal e con la messa in atto
dell'unica arma che possiede di fronte ad un pericolo: attivare la risposta
difensiva di congelamento mediata dal sistema parasimpatico che nei primati non
umani e negli esseri umani apre alla dissociazione. Con questa il bambino
"si assenta" dal corpo e dalla relazione. E' questo probabilmente il
meccanismo coinvolto negli abusi fisici e sessuali che i bambini devono subire
dagli adulti quando non c'è la possibilità nè di fuga nè di attacco e, soprattutto,
di ricevere l'aiuto e il sostegno che tanto desiderano! Si chiamano strategie
di "Cut off" ovvero di "tagliarsi fuori" da una relazione
traumatica soverchiante ed eccessiva come ultima ed estrema reazione ad una realtà intollerabile caratterizzata da
dolorosa impotenza.
L'effetto della
inadeguatezza della madre (o altre f.d.a.) saranno la disregolazione degli
affetti e l'alessitimia traumatica. In questo modo l'adulto, ex bambino
traumatizzato, si sentirà soverchiato dal peso di emozioni ed impulsi intensi
che non riesce nè a regolare e modulare nè, tantomeno, a dare un nome o un
significato. L'alessitimia è un disturbo che consiste in un deficit della
consapevolezza emotiva, palesato dall'incapacità di mentalizzare, percepire,
riconoscere e descrivere verbalmente i propri vissuti interni. E ciò di cui non
si sa niente, ciò che ci è sconosciuto, diventa ancora più difficile da
gestire. In tali casi la sofferenza diventa ancora più intesa(nevrotica) perchè
innesca un circolo vizioso che alimenta sempre più l'intensità di queste
emozioni rispetto alle quali siamo "analfabeti".
BIBLIOGRAFIA
ESSENZIALE:
- Iori/Bruzzone - Le
ombre dell'educazione - Ed. Francoangeli (2015)
- Caretti/La Barbera -
Alessitimia - Edizioni Astrolabio (2005)
- Ed. Tronick-La regolazione
emotiva - Edizioni Cortina (2008)
- D. Stern - Il mondo
interpersonale del bambino - Ed. Bollati Boringhieri (1987)

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