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IL BAMBINO ABBANDONATO



Questo aforisma di Cheney è praticamente rinnegato dalla realtà sociale, almeno per alcune situazioni di grande dolore che non sono condivise o "previste" dalla cultura dominante. Il risultato è che le lacrime non espresse rendono doppio il dolore, mentre la sua condivisione lo avrebbe dimezzato. Nel Macbeth Shakespeare dice: "date parole al vostro dolore, altrimenti il vostro cuore si spezza". Purtroppo molte persone "normali" vestono la "maschera" della felicità, ma celano un dolore sempre più opprimente di cui la stessa felicità ostentata vorrebbe essere la soluzione. Eh si. Ci sono dolori che sono censurati dalla società e le persone si sentono sempre più sole nella loro gestione che diventa intollerabile e fonte di infelicità e depressione. Ma spesso per il soggetto stesso la depressione ha un vantaggio "secondario": non sa perchè soffre e attira l'attenzione degli altri. In fondo che cosa è un'emozione nevrotica se non un "dolore senza nome". Un'intima sofferenza di cui non sappiamo dare conto e che attribuiamo, a seconda delle contingenze, a questo o a quel motivo che, in fin dei conti, ci fa soffrire di meno rispetto alle causa profonda e misconosciuta a noi stessi.
Che cosa c'è di peggio di un cane abbandonato su di un'autostrada un pomeriggio d'estate, oppure di un giovane lasciato dalla sua amata? C'è un dolore primario, profondo e inconfessabile: il dolore di un bambino abbandonato. Si, questo dolore non ha diritto di cittadinanza, non può essere condiviso e, a volte, costringe chi ne soffre a vivere l'angoscia di sprofondare in un abisso dal quale è difficile uscirne fuori. Siamo tutti ovviamente indignati per un cane che viene abbandonato in strada dal suo padrone o solidali per il dolore per la perdita di un amore o, ancora, manifestiamo il nostro cordoglio per la morte di un parente del nostro migliore amico. E per un bambino abbandonato? No. Qui non è previsto dolore. Una situazione del genere è oggetto di "rimozione sociale". Un vero taboo: non può essere ciò che "non deve essere". Al massimo riserviamo all'evento una considerazione superficiale, asettica, priva di ogni tipo di empatia e di partecipazione emotiva. Non sarà forse che la solitudine conseguente ad una perdita, una separazione, tocca dei tasti che abbiamo "paura di sentire"? L'inevitabile effetto di questo "silenzio collettivo" è che ognuno deve vivere e portare il fardello del suo dolore nel silenzio più assoluto della società esitando in una spirale di dolore intollerabile che si autoalimenta. Niente da fare. La solitudine in cui il bambino ha dovuto vivere il suo dolore continua a persistere anche da adulti nell'incomprensione e nell'indifferenza generale.
Lo scrivente è stato un bambino maltrattato, abusato sessualmente e abbandonato a cinque anni in un collegio, pardon...un lager per bambini. Ebbene vi posso assicurare che la ferita affettiva più profonda, più deleteria e più pregna di conseguenze psicopatologiche è l'abbandono sofferto in una fase evolutiva precoce in cui la naturale vulnerabilità del bambino si trasforma in dolorosa impotenza perchè il piccolo non può gestire la solitudine che ne consegue. Ogni perdita implica un rifiuto, ma il rifiuto primario è deleterio per la fiducia e la sicurezza del bambino e dell'adulto che diventerà. Le relazioni adulte saranno plasmate da questo rifiuto primario e renderanno qualsiasi perdita ed abbandono successivi intollerabili.
Ma perchè il rifiuto che subisce un bambino è così esiziale? Il cucciolo d'uomo ha bisogno di un lasso di tempo molto lungo prima di potersi affrancare dalla sicurezza del legame materno o di una figura che gli offre sostegno e protezione(Figura di Attaccamento). Ha perciò bisogno di un lungo periodo di cure e di "gestazione affettiva" per separarsi dalla sua "base sicura". Ogni bambino è biologicamente predisposto alla relazione e la sua "nascita psicologica" è mediata dalle relazioni affettive significative. Nel momento in cui la madre, o chi si prende cura di lui, oppone un rifiuto ai suoi bisogni di legame, sicurezza, sostegno e cure viene meno quella che è "la fiducia fondamentale nell'altro" e perciò in Sé. Da quel momento porterà la "ferita dei non amati" come uno stigma indelebile dovuto ad un suo presunto "difetto fondamentale" di incapacità a stabilire relazioni motivo per cui non viene accolto e accettato dai suoi simili. Da qui sentimenti di indegnità, di non appartenenza, di estraneità, di vergogna, di inadeguatezza personale e sociale.
Alla base di questa convinzione vi è l'inadeguatezza della figura di accudimento a prendersi cura del bambino. Una inadeguatezza di cui il bambino non può prendere atto perchè biologicamente non prevista visto che l'altro significativo ha un "valore biologico" di protezione. Tuttavia le stesse figure significative fanno in modo da celargli sistematicamente la realtà del rifiuto mentre la società difende gli adulti, i genitori, NON i bambini. Infatti, nonostante le troppo ostentate prese di posizione "pro infanzia", il bambino, al di qua delle mura domestiche, viene ancora fatto oggetto delle più bieche proiezioni dell'adulto.
Dal momento che le conseguenze dei maltrattamenti e dell'indifferenza affettiva che il bambino deve soffrire, complice il silenzio delle istituzioni sociali e politiche, viene pagato da TUTTA LA SOCIETÀ' senza distinzione, non sarebbe meglio prenderne coscienza e...aprire le porte ad un sorriso spontaneo e genuino anziché uno di facciata e stereotipato?

Bibliografia minima:
- Rygaard- Il bambino abbandonato - edizioni Fioriti (2007)
- Di vita/Merenda- Al di là della solitudine del bambino - Ed. CISU (2004)
- Schellenbaum - La ferita dei non amati - Edizioni RED (1988)
- A.Miller - La fiducia tradita - Garzanti (1995)
- J. Bowlby- La teoria dell'attaccamento (secondo volume: la separazione dalla madre)- Edizione Boringhieri
- Attili - Attaccamento e costruzione evoluzionistica della mente - Edizioni Cortina (2007)



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