Sono stati scritti
fiumi di inchiostro sull' autostima soprattutto nei cosiddetti manuali di
auto-aiuto. Ma non tutti gli estensori sembrano porre l’accento su ciò che provoca
questo sentimento di incapacità ed inadeguatezza. In altri casi, si fa appena
cenno alle cause che, però, non vengono affrontate. Molti di questi volumi
mettono in evidenza il valore dell'autostima nella vita di relazione di tutti i
giorni e quel sentimento di benessere e di totalità di Sé che ci rende felici
di stare al mondo e in mezzo agli altri. Questi effetti dell' autostima sono
senz' altro veri. Poi, ci sono testi che parlano di relazioni infantili
“difficili”, ma sono vaghi e superficiali quasi temessero di “toccare
argomenti” che renderebbero i loro libri meno appetibili al grande pubblico. E
allora l' enfasi è posta soprattutto sugli “effetti” di una scarsa autostima
anziché mettere l' accento in modo diretto e univoco sulle "cause
relazionali" pregresse di un paralizzante senso di inferiorità. È ormai un
dato acquisito dalla psicologia evolutiva: il bambino alla nascita ha bisogno
di sicurezza e protezione, ha bisogno di trovare nella figura di accudimento
una “base sicura” per dirla con Bowlby. Una figura sensibile, empatica e pronta
a regolare i suoi stati di attivazione interni, una figura che si ponga come
una “funzione di modulazione” delle sue attivazioni interne, le emozioni,
accogliendole, condividendole e dando ad esse un significato. Accade, invece,
sempre più spesso che il bambino venga lasciato solo in balìa delle sue
emozioni e che debba provvedere a “spegnerle” in qualche modo da solo.
Sappiamo che a infanzie
infelici corrispondono, nella maggior parte dei casi, adulti disturbati ed affetti da una qualche
forma di psicopatologia più o meno grave e severa e, in ogni modo, ad una vita
incolore vissuta all' ombra di solitudini intollerabili, tristezze abissali e
angosce incomprensibili. Risulta chiaro che interventi esteriori, prima facie,
risultino, nella migliore delle ipotesi dei meri palliativi. Sentirsi dire che
“vali”, che “sei unico e irripetibile” lì per lì può anche far star bene, ma
poi, basta un giudizio o un opinione negativa oppure una parola offensiva su noi stessi fatta da un altro (specie da un
altro significativo) che si ripiomba nel circolo vizioso della “mancanza di
autostima”. Ma perché succede questo? Non siamo mica nati per l' infelicità? E
allora? Sembra essere un dato di fatto: ogni bambino non amato, non curato, non
accettato, invariabilmente darà la colpa a se stesso per le “inadeguatezze
altrui”, ritenendole causate da una sua peculiare e intrinseca “Non amabilità”
di base. Questo accade per due motivi: il primo è che la dotazione biologica
del bambino “pre-vede” che l' altro, il proprio conspecifico, abbia un valore
biologico di sopravvivenza. L' altro è “buono” perché protegge. E se l' altro,
invece, non protegge? In altre parole se i genitori (o la figura di
accudimento) non sono pronti, disponibili e sensibili ai richiami e alle
richieste di affetto, cure e protezione del bambino? Di chi sarà la colpa? Ma
sarà del bambino! Infatti il suo “modello organismico” assume una
“predisposizione” a “costruirsi sicuro” ma “in funzione delle risposte che
riceve dell' ambiente evolutivo”. Ciò premesso ne segue che se l' ambiente di
sviluppo del bambino non svolge il suo ruolo biologico strutturante un senso di
Sé sicuro e coeso sarà molto probabile che in futuro avrà problemi di autostima
troppo bassa o troppo alta(falso Sé) .Una volta lessi su un volume che trattava
di autostima questa frase: “Se non ti ami, chi potrà amarti?”. D ‘accordo l'
amore di Sé è il principio imprescindibile dell’ amore per l' altro. Ma se
“chi” avrebbe dovuto amarti e accettarti incondizionatamente non lo ha fatto:
come puoi amarti? Molte persone sono convinte che l' amore sia un “premio” da conquistare, la “posta in palio”,
e mettono in gioco tutte le loro energie pur di arrivare alla mèta agognata.
Ma, passato qualche giorno, si sentono vuote e inautentiche. Si sentono
costrette a “recitare ruoli” ad
“indossare maschere” a scapito dei propri sentimenti più autentici. Ma
l' amore vero non è condizionato o subordinato al possesso di determinate
prestazioni o “ nodi di essere”. Il vero amore è incondizionato; è un dono. Non
si compra e non si vende, non è oggetto di transazione commerciale o di affari.
O si è amati oppure no. Non esistono condizioni da soddisfare o compromessi da
raggiungere. Queste “condizioni” sono poste dall' ambiente come “surrogati” di
un senso di identità personale e di un bisogno di amore devastati.
Solo nella misura in
cui il bambino è amato e accettato, allora avverte quel sentimento di dignità
personale che poggia sul senso imprescindibile di appartenenza al consorzio
umano di cui si percepisce parte integrante. “L’incapacità di amare non è una
colpa, ma è una disgrazia”, scriveva Alice Miller, una disgrazia che matura in
un relazione in cui l’amore e la sensibilità brillano per la loro assenza. Solo
il sentirsi accolti e accettati ci rende sensibili ed empatici, cioè in grado di
vivere tutte le nostre emozioni nelle relazioni umane. Negli anni settanta
dello scorso secolo lo psicologo americano, Martin Seligman, condusse una serie
di esperimenti in laboratorio sui cani. Veniva data una scossa a un cane che
era seduto in una data zona della gabbia. Per risposta il cane scappava in un
altro posto della gabbia per sfuggire al dolore che provava per la scossa
ricevuta. Ebbene, quando il cane riceveva scosse elettriche in qualsiasi parte
della gabbia si mettesse ad un certo punto sembrava rassegnarsi alla sofferenza
e non scappava più da quel posto, pur avendone la possibilità. Il cane aveva
imparato che “non c’era nulla da fare” ed era inutile qualsiasi tentativo di
fuga. Questo comportamento si chiama di “Impotenza appresa” o “helplessness”.
Questa condizione di “helplessness” caratterizza i maltrattamenti di cui è
fatto oggetto un bambino che non ha possibilità di fuga né di cambiare le cose,
malgrado il suo costante adattamento alle richieste dell’aggressore, troppo
spesso la figura che si prende cura di lui. In pratica il bambino si è
“abituato” ad essere maltrattato e sa che non ha possibilità di scampo per
sfuggire a tali sofferenze. L’impotenza appresa è frutto di un condizionamento
negativo che ha minato alle radici ogni fiducia dell’individuo nelle sue
capacità di far fronte alle avversità. Perciò l’impotenza appresa devasta
profondamente l’autostima del soggetto poiché si percepisce incapace e
inadeguato a fronteggiare situazioni difficili o avverse.
Come si vede, ancora
una volta, l’incapacità, l’inadeguatezza e l’impotenza (traumatica) si
sviluppano all'interno di relazioni di attaccamento non sintoniche, non
accudenti e chiaramente maltrattanti. Nessuno nasce inadeguato: il bambino che
è motivato dai suoi bisogni biologici e di relazione, non è in grado di pensare
che se c’è una forma di inadeguatezza relazionale questa va attribuita a
deficit materni non a sue presunte mancanze. Anche se l’ambiente distorto, e
questo è il secondo motivo, non fa che “confermare” e alimentare la “colpa”
(presunta) del bambino, dichiarando in modo esplicito, altre volte in modo più
subdolo, che il comportamento anaffettivo, maltrattante o abusante è stato
scatenato da una sua propria mancanza intrinseca, una sua cattiveria innata. Il
bambino se ne convince facilmente anche perché non può rischiare di perdere
“l’amore” del suo caregiver(di solito il genitore, ma non sempre) né di perdere
il legame con esso. Negli anni ‘50 del secolo scorso lo psicoanalista
austriaco, naturalizzato americano, Spitz, studiò il comportamento di bambini
molto piccoli ospedalizzati e scoprì che, questi bambini sottoposti a
deprivazione affettiva precoce e stabile, sviluppavano una forma di depressione
molto grave che in casi estremi poteva portare il piccolo alla morte. I sintomi
depressivi scomparivano solo quando il bambino ritrova la madre o trova
qualcuno che voglia prendersi cura di lui. Questo ci porta a comprendere quanto
sia importante il legame di attaccamento per il bambino e quanto sia esiziale e
patogenetico la sua assenza o perdita. Ma, tornando al tema dell’autostima,
possiamo comprendere quanto questa sia profondamente connessa alla “qualità”
della relazione che il caregiver o figura di attaccamento (F.d.A.) instaura con
il bambino.
Possiamo concludere affermando
che una persona si riterrà di “valore” nella misura in cui si sentirà il
benvenuto nella sua comunità di appartenenza, sentendosene parte integrante
perché accolto e accettato senza condizioni. Ma perché abbiamo posto il termine
“valore” tra virgolette? Semplice. Non esiste qualcosa come il “valore” o il
“non valore” di un essere umano poiché la vita umana è incommensurabile ovvero
non è oggetto di valutazione o materia di scambio, non ha un prezzo. Scrive
Abbagnano nella suo “Dizionario di filosofia”(1964): “Ciò che ha un prezzo può
essere sostituito da qualche altra cosa equivalente. Ciò che è superiore ad
ogni prezzo e perciò non consente nessuna equivalenza, ha una dignità”.
Pertanto ogni “l’essere” umano non ha un “valore” commerciale o di mercato,
bensì un valore intrinseco ovvero una sua innata dignità.
Il problema nasce
quando questa intrinseca dignità non viene riconosciuta, accolta dalle persone
significative del nostro gruppo familiare. E’ nella matrice delle relazioni che
il senso irriducibile di Sé viene ad essere (riconosciuto).
Bibliografia
essenziale:
- Abbagnano -
Dizionario di filosofia - Utet (1964)
- Bowlby- Una base
sicura- Cortina (1988)-
-Borgna- La dignità
ferita - Feltrinelli(2013)
-Seligman/Maier - Impotenza appresa - Journal of
experimental psychopathology (1976)
-Spitz - Il primo anno
di vita - Giunti (2009)
-Miceli - Autostima -

Commenti
Posta un commento