Sono molte le pubblicazioni e gli interventi mediatici che asseriscono che perdonare sia il modo per uscire dal circolo vizioso delle emozioni negative e distruttive(rabbia, colpa, rancore e paura). “Questi autori hanno ragione quando affermano che “il perdono” faccia più bene alla vittima che all'offensore. Tuttavia ciò che, io credo, essi sbaglino è l’utilizzo del termine “perdono” al posto di “è utile, conveniente e funzionale” per il proprio benessere e ‘lasciare il passato nel passato’ perché rivangare il passato non ci fa stare bene poiché ci tiene zavorrati alla rabbia e ai sensi di colpa pregressi (nonché alla paura della ritorsione). Del resto chi si può arrogare il diritto di giudicare e di perdonare. Oppure chi sei tu da impormi o ‘consigliarmi’ di perdonare l’altro? Manco fossi un dio! Il perdono è un “affare privato” un “qualcosa di soggettivo e personale” e che riguarda una specifica relazione tra offensore e vittima nonché la particolarità della stessa relazione e la ‘qualità’ del danno subito. Pertanto non si possono generalizzare situazioni particolari come “comanda Santa romana chiesa”. Del resto neanche il giudice quando emette una sentenza non giudica “in nome e per conto proprio”, ma lo fa “In nome del popolo italiano”(che è poi la formula di rito che precede la lettura di una sentenza) che si è dato “quelle determinate leggi” e che in nessun caso sono “oggettive” e “universali”. Vi sono paesi che assumono codici legislativi diversi dal nostro, per non parlare della “sharia” la legge islamica che nessun occidentale(o quasi) assumerebbe come propria e che, invece, per i mussulmani è il “verbo di dio” in terra. Ma nel concetto stesso di “giudizio” è insita una distorsione culturale che confonde “l’essere” con il “fare” ovvero il “piano biologico” con quello “culturale”. In altre parole è certamente vero che l’uomo è portato a valutare e giudicare. Tuttavia oggetto di tale giudizio o valutazione non è la “natura intrinseca” di ogni uomo: la sua stessa esistenza. La valutazione dovrebbe limitarsi alle “prestazioni” di una persona e non generalizzare tale valutazione alla stessa “natura intrinseca” dell’uomo tout court: l’esistenza. Cioè io non sono un ladro, ma sono una persona che ha commesso un furto. Si tratta di distinguere due livelli irriducibili: “l’aver commesso un furto”, non mi fa diventare ‘magicamente’ un “ladro”. L’aver commesso un furto non derubrica la mia esistenza ad un livello “pre-umano”, non divento un cane o un pappagallo. Resto sempre e comunque un “essere umano”, non sono “un ladro”. Quindi, la valutazione è “umana”, ma è l’utilizzo della valutazione che è distorto e confusivo. Tutto questo per mostrare quanto siamo facili a cadere in errori di valutazione e, magari, solo perché i nostri genitori facevano lo stesso! Questa confusione genera sofferenza e non ci fa stare bene. Allo stesso modo in cui il comportamento dannoso dell’altro “andrebbe superato” perché non ci provoca benessere, ma ci lascia irretiti nel circolo vizioso di emozioni poco piacevoli come la rabbia, il senso di colpa e la paura. “Lasciare il passato nel passato”(Shapiro) significa superare e mettere finalmente fine alla sofferenza relativa a quel passato ed evitare di renderla viva ancora oggi, nel “qui e adesso”, semplicemente perché abbiamo compreso in modo profondo ed empatico tutte le determinanti causali che hanno provocato quel comportamento che ci ha danneggiati.
A mio modo di vedere
c’è invece la possibilità di distinguere tra perdono e comprensione.
Quest’ultima non implica che io da oggi dimentichi, ipso facto, tutto il male
che mi hai fatto; quanto piuttosto “mettermi alle spalle” il male che ho
ricevuto semplicemente perchè ho compreso le motivazioni (più o meno inconsce)
che hanno spinto l’offensore a comportarsi in un modo tale da arrecarmi un
danno la cui ‘gravità’ è stabilita dalla vittima; non ‘imposta’ dall'esterno da
istituzioni religiose o presunte soluzioni terapeutiche ad hoc. “Com-prendere”
nel senso di afferrare profondamente il senso del tuo comportamento in tutte le
sue variabili causali(com-passione): soprattutto quelle pregresse. Allora si
può capire che la “comprensione” non esige necessariamente il perdono che, in
certi casi, può essere addirittura motivo per ulteriori danni e ferite. Quanti
“femminicidi” si sono consumati perché le donne avevano perdonato(troppo
velocemente) il loro aguzzino? In questi casi estremi perdonare non è solo
pernicioso ma può rivelarsi anche…mortale!
Nei casi di
maltrattamenti estremi e di abbandoni precoci che un bambino è costretto a
subire non è neanche il caso di parlare di perdono, amore, attaccamento,
umanità e empatia. Queste persone, che dovrebbero prendersi cura del piccolo,
hanno rinunciato ai propri sentimenti fino a diventare “anaffettive” pur di non
sentire il proprio dolore. Hanno rinunciato alla dimensione squisitamente umana
degli affetti e dei sentimenti e porsi nei loro confronti in “termini umani”
può essere addirittura controproducente. E in ogni caso è tempo sprecato: sono
emotivamente spenti.
Concludendo, il perdono
è un “dono personale” e limitato al soggetto che sente di poterlo offrire,
magari come occasione e “chance” di riscatto all'offensore, non ultimo per
offrirgli la possibilità di ricevere un “risarcimento” per il danno subito. Non
dimentichiamo che i danni subiti nell'infanzia, e troppo presto
perdonati(=dimenticati), sono l’occasione per continuare a perpetrarli ai danni
delle future generazioni perché il perdono “Non passa sopra la rabbia per il
danno ricevuto”(A. Miller), ma passa attraverso l’elaborazione della propria
dolorosa storia personale. Il perdono che la chiesa cattolica offre alle sue
“pecorelle” è sinonimo di rimozione ed è condizione di infelicità e psicopatologia.
Bibliografia
essenziale:
- A. Miller – La persecuzione del
bambino – Boringhieri
- Barcaccia - Mancini – Teoria e clinica
del perdono – Cortina (2013)
- Mucci – Trauma e perdono – Cortina
(2014)
- Ellis – Ragione ed emozione in
psicoterapia – Astrolabio (1989)
- “
- Addio nevrosi – Positive press
(2000)
- C. De Silvestri – I fondamenti teorici e
clinici della terapia razionale/emotiva – Astrolabio (1981)
- F. Shapiro - Lasciare il passato nel passato
- Astrolabio (2010)

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